Acqua: merce da vendere. Appello alla Comunità.

 Da alcune decine d’anni i referendum sono diventati strumento di “umiliazione di massa”. Vengono fatti, ma poi se l’esito non è quello desiderato, si trovano degli escamotage per proseguire comunque nella direzione voluta, con buona pace di tutti coloro che hanno partecipato al voto. Il fenomeno non è solo nostrano, ma coinvolge tutta l’Europa. Un caso eclatante fu il voto negativo di Francia e Paesi Bassi al referendum sulla “Costituzione Europea”. Per bypassare il “no” del popolo, i potenti cambiarono il nome della Costituzione Europea in Trattato di Lisbona, e tutto prosegui come previsto. Credo che la “pericolosa” Brexit subirà lo stesso trattamento. A breve verranno stipulati identici contratti tra Europa e UK e tutto resterà come prima. Noi Italiani, ovviamente non ci facciamo mancare nulla e seguiamo a ruota la nuova tendenza. Prendiamo in esame il referendum sull’acqua. Nel 2011 i cittadini furono chiamati ad abrogare il decreto Ronchi, che obbligava gli enti locali a mettere a gara anche la distribuzione dell’acqua, oltre che cancellare la voce dalla bollette che garantiva “adeguata remunerazione del capitale investito dai gestori”. Sostanzialmente si diceva che l’acqua, essendo uno dei beni primari dell’uomo, non può essere trattato al pari di una 3066038872qualsiasi altra merce ma deve restare sotto controllo pubblico e fuori dal mercato. A distanza di cinque anni, oltre a non essere cambiato nulla, si è proseguito a grandi passi verso una privatizzazione ancora più stringente. Inutile ricordare che sono proprio i governi considerati di Centro-Sinista a contribuire in modo più efficace alle privatizzazioni. La responsabile “acqua” del ministero dell’Ambiente, Gaia Checcucci, si spinge a sostenere che “il referendum ha abrogato il decreto Ronchi e ora è quindi in vigore il quadro normativo comunitario, che consente dunque la gestione privata, mista o pubblica”. Insomma, colpa degli italiani e dei movimenti per l’acqua che hanno abrogaacquato il decreto Ronchi. Mi viene da ridere anche se purtroppo è la realtà. Nel nostro amato Piemonte, dopo l’imprevista elezione di Chiara Appendino del M5S, la tensione è palpabile. Piani di lunga data per “espropriare democraticamente” i beni pubblici potrebbero subire notevoli ritardi. Uno su tutti è proprio il piano di sottrazione delle acque pubbliche dai piccoli comuni che ancora non sono confluiti nel “gestore universale” . La situazione, oltre ad essere grave è anche complessa, perché tutti i quadri normativi degli ultimi decenni sono stati creati proprio per indurre le privatizzazioni. Il M5S crede da sempre nella necessità di risolvere una volta per tutte quello che non ho paura di chiamare “furto dell’acqua”. Con la nuova elezione del sindaco di Torino, che è anche presidente della Città Metropolitana, abbiamo la possibilità di combattere per riottenere i beni primari, tra cui l’acqua. Detto ciò il mio è sia un invito sia un appello per creare un fronte comune per fare in modo che il referendum del 2011 venga attuato realmente e non solo formalmente. Sarà una battaglia colossale perché gli interessi in ballo sono enormi, battaglia a cui non possiamo sottrarci.

Pierre Blasotta

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