AMI

L’unione fa la forza?

Recentemente sono stato intervistato dal Comitato AmiunaCittà per avere il mio parere sul progetto. Cercando di sintetizzare, il COMITATO AMIunaCitta’ ha lo scopo di proporre idee e iniziative per arrestare il declino e promuovere lo sviluppo dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea (AMI) nel contesto della nuova Città Metropolitana di Torino. Dai documenti si legge: «Solo creando un’unica città diffusa a tutto l’AMI coi suoi 110.000 abitanti possiamo sperare in una gestione amministrativa forte e unitaria… La sola strada possibile è quella di fare dei 66 Comuni dell’ AMI, con un Sindaco e un Consiglio eletti direttamente dai cittadini e mantenere Municipalità con pro-Sindaci, come previsti dalla legge, a presidio delle tradizioni e delle specificità dei luoghi, e per gestire servizi locali ben accessibili ai cittadini.» Credo che l’idea non sia da scartare a priori, tutt’altro, ci sono però dei dubbi che mi frenano nel sostenerla tout court. Il primo è proprio la certezza che il progetto sia la strada giusta. Nei documenti infatti, il dubbio non è presente e le costruzioni sintattiche lo confermano( “Solo creando un’unica città diffusa ecc ecc ”) . Credendo fermamente nel dubbio come unica certezza, affermare a priori la bontà delle basi progettuali potrebbe rivelarsi fatale. L’altra forte domanda da porsi è: chi è stato parte del problema, può ora ergersi a salvatore? E’ innegabile che, escludendo il fattore economico, che è una variabile indipendente, la responsabilità del declino è anche dovuta alla miopia e alla scarsa visione politica degli amministratori locali. Dico questo perché senza regole fisse, ad esempio quella per cui chi ha già amministrato NON può avere cariche nella ipotetica “Super-città” , sicuramente i vertici verrebbero occupati dai soliti noti, che sicuramente risolverebbero una sola crisi economica… la loro. Senza un’accurata “selezione all’ingresso” tutto il progetto verrà ben presto traviato dal nobile scopo da cui trae origine, per divenire strumento di riciclaggio di vecchi politici ormai dimenticati. L’altro mio dubbio è questo: siamo sicuri che si è fatto tutto il possibile per rilanciare il territorio? Secondo me NO! Sono state fatte convention e spese molte parole che poi non hanno trovato riscontro. Molti di coloro che dovrebbero risolvere i problemi dei lavoratori del territorio non ha mai tenuto in mano un cacciavite, non ha mai scritto una riga di codice informatico, non ha mai spazzato le strade, non ha mai fatto il cameriere, non ha mai servito alle pompe a benzina, non ha mai parlato per ore e ore in un call center, non ha mai preso uno stipendio inferiore ai 500 euro. E’ dai lavoratori che bisogna ripartire, solo loro il cuore e l’anima del paese, non presunti dirigenti che non hanno mai conosciuto la fatica, che magari hanno ereditato l’aziendina e ora credono di sapere cosa è giusto e cosa non lo è. Vedo nei lavoratori del nostro territorio un enorme potenziale e un’altissima specializzazione. Loro sono il nostro fiore all’occhiello in attesa della primavera per sbocciare nuovamente dopo un lungo inverno di politiche deleterie, politici incapaci e di “personaggetti” come direbbe DeLuca. Al momento sul tema ci sono due fronti: i favorevoli e i contrari. Ora si va aggiungere una nuova posizione, sintetizzabile con “altro”. Altro approccio che ha come vertice il lavoratore, l’ultimo degli ultimi, colui l’invisibile, che con il suo lavoro fornisce le solide fondamenta di quello che altrimenti sarebbe solo un fragile castello di carte.

Pierre Blasotta

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