La società dei consumi

“Non troveremo mai un fine per la nazione, ne una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.

Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.
(Robert Kennedy).

Sono passati quaranta anni ormai da quando Robert Kennedy pronunciò questo discorso il 18 marzo del ’68, a soli tre mesi prima di essere assassinato in un hotel di Los Angeles. Probabilmente, il concetto che Kennedy voleva trasmettere alla gente, inizia a balenarsi solo ora a distanza di anni. La nostra economia si basa su un modello di sviluppo che si misura con il PIL, sintetizzando si può affermare che il modello attuato è tale per cui si produce, si butta e si produce nuovamente. Questo sistema produce una serie di conseguenza che si ripercuotono nella vita di tutti i giorni. Una produzione costante necessità di un lavoro costante, e implica anche un consumo costante. Nella vita dell’individuo si traduce nel lavorare costantemente per consumare costantemente. Questo sistema è palesemente contro natura; la natura è organizzata in modo ciclico, il ciclo dell’acqua, il ciclo delle stagioni, il ciclo della vita ecc. L’uomo ha inserito in questo contesto ciclico una linea retta rappresentata dalla catena di montaggio, che ha come conseguenza una produzione incontrollata di prodotti, tutto ciò inserito in un contesto in cui le risorse disponibili sono limitate e la produzione spesso implica fortissimi impatti ambientali. In realtà non tutti i prodotti sono beni, molte cose di cui ci circondiamo sono assolutamente inutili, il loro valore è creato intenzionalmente attraverso la pubblicità, che è in grado di trasformare inutilità in prodotti richiestissimi, o di creare esigenze che di norma le persone non hanno per poter vendere prodotti. Si crea così un meccanismo che ci lega inesorabilmente al lavoro, che ci costringe alla “catena di montaggio” per poter soddisfare la nostra necessità indotta di beni di consumo.

Chi si oppone a tale sistema è definito ribelle. Chi lotta per un una vita degna e libera, chi lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione della gente, chi crede che un mondo migliore sia possibile viene definito ribelle.
Se davanti alle questioni, si ragiona sempre e comunque in funzione del profitto, le persone e le cose passano in secondo piano, così come la vita e tutto ciò che ci rende uomini.
Ma questo mondo può cambiare, perché noi siamo il mondo, e tutti coloro che affermano di volta in volta che ormai il cambiamento non è possibile, rispondo che il vero schiavo non è colui che porta le catene, il vero schiavo è colui che non è più in grado di immaginare la libertà, ed in quello stesso istante mi sento libero.

Ivrea 5 Stelle

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