Pensieri in libertà sulle le divisioni nel M5S

[La Voce del Canavese del 8/12/2014].

Forse quella che una minoranza critica del M5S lamenta come mancanza di “visibilità” altro non è che la mancanza di “potere”, visibilità e potere vanno “a braccetto”, anzi, coincidono. Parimenti quelle che si individuano come divisioni sono le “di(verse)visioni” di ciò che dovrebbe essere il Movimento, la sua linea politica e ancor prima di quali dovrebbero essere i presupposti per aderire ad un progetto politico nuovo e come agire per portarlo a compimento. Il Movimento inizialmente ha imbarcato molta gente che credeva di arrivare al potere a “furor di popolo” sull’onda emotiva di un disagio sociale che si percepiva “a pelle” e che vedeva contrapposte l’Italia dei privilegi a quella dei sacrifici.

Quest’ultima coincideva con l’incertezza della pagnotta quotidiana, un diffuso malessere che per la prima volta dal dopo guerra toccava fasce sociali sino ad allora fuori da ogni rischio di povertà. E’ probabile che questa gente si sia schierata pensando ad una “cavalcata trionfale” senza tener in conto che il popolo decide non sulla base di dati oggettivi ma di quello che propone la TV nel suo progressivo quotidiano processo seduttivo/persuasivo. Attraverso la TV si creano le opinioni per indirizzare il voto e in TV la realtà rappresentata è spesso del tutto virtuale, certamente faziosa e negli ultimi tempi miserevolmente “unica”. L’illusione di proporre un modello socio economico alternativo a quello propagandato dal “IV potere” puntava sul creare consenso anche attraverso un “laboratorio politico innovativo”, fuori dagli schemi convenzionali e attraverso un largo movimento d’opinione che del mezzo informatico aveva fatto lo strumento principe per la trasparenza del proprio agire e della democrazia diretta, il suo “credo”. Questi strumenti, nel tempo, hanno mostrato anche limiti e pecche: si è dovuto prendere atto che il mezzo informatico si rivolge a un pubblico sempre più vasto ma pur sempre selezionato, quindi parziale e si è visto anche che la democrazia diretta trova difficoltà ad essere praticata sempre e comunque.

Ne è conseguita l’oggettiva difficoltà di elaborare un’esperienza omogenea nel Movimento su questi principali tratti caratterizzanti e ciò ha probabilmente ritardato un necessario salto di qualità. Era peraltro normale, vuoi per i limiti insiti nella “novità” di un gruppo passato in un battibaleno da organizzazione “pionieristica” a rappresentanza istituzionale in Parlamento di milioni di cittadini, vuoi per la reazione feroce del popolo dei privilegi acquisiti, anzi, spesso rubati. Va detto che “il cantiere politico” in allestimento la Casta ha fatto subito di tutto per annientarlo, ha impedito di fare politica attiva per un radicamento del Movimento sul territorio alterando a questo scopo in viaggio le regole della democrazia, modificando la Costituzione e asservendo l’informazione con uno stile “sudamericano”, il tutto senza scrupolo alcuno. Tutto è divenuto lecito pur di tenere in piedi l’oligarchia al potere, quella che ora ci mena ancora per il naso a suo piacimento occupando tutte le istituzioni per di più ostentando di essere stata legittimata dal voto reale di non più dell’ 80/90 % (PD+PDL e Lega) del 45% degli italiani. Agli altri pare sia stata negata anche la speranza di essere rappresentati in qualche cosa e da qualcuno diverso dagli attori del balletto macabro e spudorato a cui assistiamo tutti i giorni. Di fronte a forzature e prevaricazioni evidenti, in due anni, il M5S non si è tuttavia di certo distinto per azioni di violenza o condotte estreme ma è stato egualmente attaccato come una “colonna infame”, delegittimato “a prescindere” per il semplice motivo di non aver voluto partecipare alla spogliazione dei diritti dei cittadini in nome di una strategia di salvezza economica che si è basata fin qui sul togliere diritti ai più e lasciare integri i privilegi di quelli che già li avevano. Secondo i media questa è la politica di una sinistra moderna.

La democrazia, la partecipazione popolare ed i diritti civili sono divenuti in poco tempo una “perdita di tempo”, un intralcio alla governabilità e sono stati soppiantati dall’affascinante e “concreta” prassi del potere, che significa in sostanza l’occuparsi artificiosamente di cittadini sudditi e non certo il rappresentare la loro volontà. A quelli che rassegnati al peggio, disorientati dal carosello quotidiano di affermazioni e smentite su qualsiasi tema di interesse pubblico o intimoriti se tentati dalla “colonna infame”, non votano neanche più, si offre il ricatto:”o mangi la minestra o salti la finestra”, per loro non può esserci un’alternativa di un modello di sviluppo più equo e giusto ma incombe invece la minaccia della repressione peggiore, quella dell’annullamento attraverso il loro “oblio” : “o con me o non esisti”, questo il perentorio messaggio. Con il 20% reale di consensi degli aventi diritto al voto la Casta, essenzialmente l’apparato del PD, colluso per interessi spesso inconfessabili con il finto nemico PDL, occupa tutte le istituzioni (Regioni, Città Metropolitane nascenti, Province morenti, Comuni, Associazioni, ecc…) e attraverso di esse tutti gli spazi di aggregazione un tempo libere e spontanee e ora rese dei feudi di consenso clientelare né più ne meno paragonabile allo stile mafioso. Infatti lo stile mafioso non contempla, come erroneamente si può pensare, il richiedere favori bensì la “restituzione dei favori”, siamo in pratica davanti alla legalizzazione di quello che una volta si definiva voto di scambio e che ora viene rappresentato come l’utile prassi per il “quieto vivere”.

A chi non sta a questo gioco viene tolta ogni autonomia e a chi vuol uscire da questo schema viene preclusa ogni attività facendolo morire per asfissia. Finanziamenti, contributi e “filiere”di economie virtuose vengono aperti solo a chi da garanzie di legittimazione del “regime” agli altri restano solo le tasse da pagare e un destino certo, sopravvivere! L’appartenenza alla Casta presuppone inoltre “riti di iniziazione” ben collaudati e canali esclusivi di accesso. In merito c’è da dire che anche una parte dei votanti e degli attivisti a 5stelle hanno fatto questa scelta perché, non avendo trovato a suo tempo spazio nella Casta, hanno pensato bene di aderire al Movimento e di usarlo come facile mezzo per accreditarsi presso il regime, quello stesso regime che criticano ferocemente per poi sostenerne ambiguamente le azioni nel quotidiano. L’alternativa nel M5S è semplice, o si lavora per il Movimento mettendo a rischio anche qualche sicurezza personale (molti non ne hanno proprio), o si mette a rischio il lavoro degli altri cercando spazi di “falsa mediazione” individuale in cui l’appartenenza al movimento diviene solo merce di scambio.

Questa è una fascia di persone presente in tutte le forze e il M5S non fa eccezione, il M5S propone importanti valori di democrazia e di giustizia e “buone prassi” per renderli patrimonio comune, ma non ha la presunzioni di presentare sempre persone migliori degli Altri, su questo concreto presupposto alle politiche puntò il “pragmatico” Bersani per un governo degli uomini della “convenienza trasversale”, uniti per mantenere lo “status quo” e non per riformare alcunché. Le (di)visioni di questi giorni sono a questo punto semplicemente l’esito della diversità degli obbiettivi politici perseguiti, diversità che dopo “le purghe Naporenziane” e la distinzione tra cittadini “aventi diritto” e “non aventi diritto” sta venendo più o meno a galla anche nei “grillini” della prima ora . Ecco allora i redenti, che per la verità non sono mai stati eretici, quelli che cioè hanno (ri)acquisito i diritti accreditandosi individualmente con la controparte mai realmente ripudiata e gratificandola con il prendere la distanza da quei temerari che aspirano ad altra identità. Per questi ultimi invece non è per ora prevista l’indulgenza plenaria, sono “populisti”, fascisti, “caciaroni”, ecc… .

Certo che sentirsi dare del “populista” da un Presidente del Consiglio che commenta le elezioni regionali di Emilia e Calabria con più del 50% di astensionismo esordendo con “due a zero” non fa bene al morale. Per mettere sull’ironico il priapismo cerebrale (in continuità con quello Boccaccesco e reale di villa Arcore) a cui spesso ricorre Renzi vien da pensare che se questi si trovasse con un problema di impotenza c’è da temere che dal sessuologo esordirebbe con “come le ultime volte la partita l’è stata rinviata”, al sessuologo il compito di decifrare la metafora. Per Renzi, tranquilli, non esisterà comunque mai il problema perché è tra quelli per cui i fallimenti sono sempre responsabilità della partner o di terzi: con questo anche il sessuologo è avvisato!.

Non fa bene neppure assistere al salvataggio strumentale da parte dell’Arbitro Supremo del Quirinale di “Barabba celodurista”, reduce da tollerate ipotesi di scissione Nord-Sud e da riti celtici ad affermare la purezza della razza con ampolle d’acqua prelevate dal “grande fiume” ma con una “seconda identità” fatta di panfili a spese dei contribuenti non proprio simili a chiatte del Delta, forse non adatte per affrontare le “Colonne d’Ercole” ma più modestamente costruite per navigare nello splendido “mare dei terroni” o mare Nostrum. Sembrerebbe proprio che di questi tempi l’elogio della demenza valga molto più del proporre valori di giustizia e onestà. Forse che la vera colpa del M5S sia proprio l’osteggiare questa misera deriva?

Pierre Blasotta (Consigliere comunale Ivrea 5 Stelle)

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