Riflessioni sull’ART. 18 e dintorni.

schiavi moderni

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[La Voce del Canavese del 17/11/2014].

Si fa un gran parlare dell’art.18, molti lo difendono, molti lo denigrano alla stregua di un privilegio per pochi e altri ancora sembrano del tutto indifferenti alla discussione mostrando il distacco tipico di quelli che danno tutto per scontato o risaputo e considerano il dibattito sull’argomento un esercizio demagogico d’altri tempi. Molto spesso la verità è che in tanti non si avvicinano all’argomento perché hanno timore di mettere in discussione le proprie scricchiolanti e banali certezze per il presente e soprattutto quelle per il futuro.

Proviamo a ritrovare un senso compiuto alle cose: alla fine chi e che cosa tutelava e tutela l’art. 18? Poi: “simbolicamente” cosa rappresenta l’abolizione dell’art.18? Andiamo per gradi. Sulla carta l’art.18 tutela tutti coloro che lavorano in aziende superiori ai 15 dipendenti, fatte salve le ristrutturazioni aziendali, le crisi di mercato e le trasformazioni industriali in atto che giustificano poi qualsiasi variazione delle strategie imprenditoriali e di gestione del personale, ivi compresi i licenziamenti.

Questa è la sintesi della realtà vera, la sicurezza del posto di lavoro è soggetta soltanto alla presenza della domanda di mercato e al profitto che ,dai prodotti o dai servizi prestati, l’azienda ricava. Tutto ciò a prescindere dalle presunte garanzie sindacali. Le modifiche già apportate dalla Fornero all’art.18 questo sanciscono: se una struttura produttiva non crea profitto a sufficienza e diviene inidonea per servire allo scopo che si è dato e per cui è nata, falliti i tentativi di riconversione ad altra attività maggiormente remunerativa, ha già la facoltà di licenziare i dipendenti. Veniamo invece al significato simbolico dell’art. 18. ll principio di uguaglianza è il primo e sacro diritto di tutti i cittadini dello Stato, è la grande eredità che la rivoluzione francese ci ha lasciato come principio di giustizia sociale.

Per una sintesi mi sono andato a cercare la definizione di “diritti civili“ sul dizionario di storia della Treccani che li qualifica come “i diritti riconosciuti dall’ordinamento giuridico come fondamentali, inviolabili e irrinunciabili (dunque non suscettibili di compressione da parte dello Stato), i quali assicurano all’individuo la possibilità di realizzare pienamente sé stesso”. La definizione riportata sposa perfettamente i principi fondamentali della Costituzione Italiana negli articoli 1,2,3 e 4 . Partiamo dal fondo: quanti sono oggigiorno gli italiani ai quali è assicurata attraverso il lavoro la possibilità di realizzare pienamente se stessi , di avere un reddito per mantenere se stessi o per avere ed accudire la propria famiglia? Chi può negare che ormai in questa condizione sono rimasti solo in pochi?

Di fatto il posto di lavoro “sicuro” e rimasto solo nella Pubblica Amministrazione e nelle “partecipate” dove è garantito un reddito pressoché certo, spesso a prescindere da quello che effettivamente si produce. Le varie categorie, piccoli imprenditori, disoccupati, precari sotto le varie forme, se non si aggregano alle clientele politiche non possono certo godere di questa condizione e la minaccia del “fallimento” , non solo lavorativo ma anche esistenziale, incombe minaccioso. E’ questo non sentirsi al sicuro da miserie e ingiustizie a confondere le idee, a creare cittadini di serie A e di serie B. Nell’immaginario collettivo (non tanto immaginario) a godere delle residue certezze è dunque la pubblica amministrazione, non solo per la tutela dei diritti, ma soprattutto per la tutela dei privilegi. Infatti la P.A. in molti settori è stata molto spesso il luogo dove era presente, una sorta di “reddito di cittadinanza” sotto forma di “retribuzione a prescindere” e fa male pensare che il “privilegio clientelare” sia divenuto nel tempo per una parte degli italiani “un diritto (in)civile” che ha sostituito tutti gli altri. Le Amministrazioni Pubbliche annoverano tra le proprie fila le clientele dei partiti consolidate negli anni attraverso concorsi di selezione farsa, in cui, sindacalisti complici, a loro volta hanno usato spropositati privilegi personali per poi poter entrare in quei partiti a cui garantivano “voti di scambio”.

Il M5S non nega che i criteri di distribuzione del lavoro e di conseguente equa ed estesa distribuzione del reddito richieda un ripensamento delle regole fondanti e non a caso ha molto insistito sul reddito di cittadinanza” perché “nessuno resti indietro” ma conserva memoria dell’esperienza passata poiché, per citare Sepulveda, “senza memoria non c’è futuro” . Per comprendere la confusione ed il caos che viviamo, ed il rischio di oblio delle esperienze vissute che incombe, voglio citare una riflessione tratta da una recensione di “Se questo è un uomo” di Primo levi: “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”. Lo scriveva un grande autore cileno, Luis Sepulveda.
Parole che suonano alquanto attuali.

Se ne parla nel Canto di Ulisse, giudicato dai critici il momento più elevato, alivello letterario, del celebre romanzo di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Ed è proprio in questo capitolo che il ruolo della memoria assume un’importanza fondamentale, forse vitale, per i prigionieri del campo di sterminio: un momento di pausa e riflessione, di tregua, nell’inferno della quotidianità. “Siamo nel lager di Monowitz, situato a sette chilometri dal campo principale, Auschwitz, vicino alla Buna, una fabbrica che il gruppo industriale tedesco voleva costruire per produrre gomma sintetica (così denominata dalle iniziali dei componenti chimici Butadiene e Sodio ). La collocazione dei prigionieri nel campo più vicino alla fabbrica permetteva di sfruttarne in modo più razionale il lavoro finché non fossero divenuti troppo deboli e inabili alla manodopera, dunque scientificamente e ordinatamente eliminabili, nel silenzio altrui. È una giornata come tante.

Primo Levi e Pikolo stanno portando la zuppa per i compagni e mentre camminano cercano di richiamare alla memoria alcuni versi dell’Inferno di Dante. “Considerate la vostra semenza”… Che cos’è questa semenza? Forse la consapevolezza che quel luogo quasi irreale fondato sulla miseria e la barbarie è stato creato e voluto dalla stessa specie che può raggiungere livelli elevatissimi di astrazione con l’arte e la letteratura. “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Questo, in sintesi, lo scopo della vita umana: elevarsi per raggiungere la saggezza. Ma intanto i due giovani sono in un lager, in condizioni disumane, nel freddo e nel fango. Ecco allora che ricordare diventa uno strumento di salvezza. Bisogna conservare la lucidità mentale: ecco cosa pensa Primo Levi, mentre trasporta il pesante carico. Ma non ci riesce, la memoria è troppo confusa. Ce l’hanno quasi fatta, i nazisti, a cancellargliela. Ma non del tutto. I due si sentono ancora umani, appartenenti a quella specie meravigliosa e terribile, capace di creare opere immortali e campi di sterminio. In un momento storico politicamente confuso e privo di certezze come quello che stiamo vivendo, quello di Levi è un esempio fondamentale, di cui fare tesoro.

La memoria degli eventi passati deve creare cultura, essere tramandata e ammonirci a non commettere nuovamente errori di cui poi saremmo responsabili e vittime allo stesso tempo. Potrà sembrare scontato, ma è tutto ciò che abbiamo”.

Come si può vedere la disperazione non ha tempo ma senza la memoria non ha luogo e significato neppure la speranza, richiamiamo alla memoria allora l’utopia proposta dall’art. 18, quella del diritto di tutti ad una vita dignitosa per tutti.

 

Pierre Blasotta (Consigliere comunale Ivrea 5 Stelle)

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